intervista a martin basile

Intervista a Martin Basile,  rapper che alza il livello culturale del rap e che ci ha colpito con il suo album Kalokagathia per la capacità di uscire fuori dagli schemi sia a livello lirico che musicale.

Kalokagathia è un album diviso in due parti (Lato A – Lato B) con influenze funk, soul e jazz molto interessanti. Nell’ intervista a Martin Basile abbiamo approfondito alcuni temi del disco e non solo.

Quello che è emerso dall’ intervista a Martin Basile è che definirlo rapper può risultare addirittura riduttivo. Martin è un artista a 360° non solo per la sua formazione, ma anche per la sua attitudine, la sua curiosità di creare sempre qualcosa di diverso. rinnovandosi di volta in volta. Martin Basile è il rapper che non hai mai ascoltato prima.

Di seguito l’ intervista a Martin Basile :

Kalokagathia ci ha colpito sotto diversi punti di vista. Ti va di spiegarci un pò come è nato, a cosa ti sei ispirato e quale elemento di Kalokagathia ti ha reso più soddisfatto del tuo lavoro?

A seconda delle esperienze, delle conoscenze e dello stato d’animo di chi ascolta, le stesse parole assumono diverse sfumature. Alcuni album di De Andrè o di Vecchioni – per citarne due – richiedono all’ascoltatore un contributo tale, che risentirli a distanza di tempo è quasi come avere due esperienze diverse. Mi sarebbe piaciuto che lo stesso accadesse anche con un disco rap in italiano, così ho provato a farlo io.
La vera ricchezza delle parole è la loro ambiguità: il fatto che “albero” indichi potenzialmente infiniti oggetti, ma che in un preciso momento stia per quell’unico ulivo piantato nel giardino di casa tua, quando avevi otto anni.
Scambiare due chiacchiere al termine di un concerto e scoprire che per qualcuno quelle parole si sono cristallizzate in una forma unica ed irripetibile è la soddisfazione di cui parli.

Cosa diresti a una persona che si appresta ad ascoltare questo album per la prima volta?

“Ascoltare Kalokagathia assomiglia più a leggere un romanzo che ad ascoltare la radio al supermercato. Nelle prime pagine di Se una notte d’inverno un viaggiatore, Calvino scriveva qualcosa tipo: Rilassati. Raccogliti, Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto… La porta è meglio chiuderla. Prendi la posizione più comoda: seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato…e così via. Il consiglio è quello”.

I tuoi testi sono particolari, pieni di riferimenti, citazioni e metafore. Tutto questo arricchisce i tuoi brani di significati che spesso vanno interpretati, o semplicemente invitano ad indagarne il senso e l’origine. Pensi che negli ascoltatori (specialmente più giovani) ci sia ancora la capacità di cogliere e apprezzare testi più impegnativi, o purtroppo si va verso un ascolto più superficiale? Abbiamo visto sul tuo sito che hai spiegato il significato di alcuni testi…ci sembra un’ottima iniziativa.

“Presto o tardi, i casi della vita ti spingono a riflettere su te stesso, sulle certezze che hai e su tutte le altre cose di cui parlano le mie canzoni. I riferimenti extra-testuali, le ambivalenze e quant’altro sono un modo per dare una spinta a chi ascolta, un invito a trovare la sua personale risposta ai miei stessi interrogativi irrisolti. Poi, come c’è chi è abituato a mangiare aragosta tutti i giorni e chi solo in occasioni particolari, per alcuni la necessità di confrontarsi con temi del genere è più rara; non per questo dobbiamo perdere fiducia nell’umanità”.

 Martin Basile rapper, produttore, regista…a Roma dicono “te la canti e te la suoni!”. Ci racconti la tua formazione artistica?

“Prima di scrivere: leggere, ascoltare e conoscere. Altrimenti il rischio è quello di sparare le stesse cazzate che qualche altro idiota ha sostenuto, a torto, già vent’anni prima.
Non sono esattamente un sostenitore del sistema scolastico: ho sempre studiato, ragionato e messo in discussione molto; ma l’ho fatto di testa mia. Da quando ho provato a scrivere le prime strofe di rap, circa quattordici anni fa, ho intrapreso una ricerca che mi ha portato ad approfondire tanti mondi: linguistica, comunicazione, teoria musicale, recitazione, filosofia, audio, grafica, cinema… E’ proprio il rap che mi ha fatto sentire l’esigenza di laurearmi in lettere e di intraprendere i miei attuali studi accademici. Quando dico “regista” intendo proprio questo, al di là della mia più recente carriera dietro la macchina da presa. Si tratta di tendere alla piena responsabilità artistica, ad una totale consapevolezza di ogni scelta di natura estetica e non, nelle mie opere. Questo non significa che io creda di potere fare tutto da me. Di maestri ce ne sono stati, ma soprattutto di amici. Basta leggere i crediti dei miei album per farsene un’idea. La principale fonte di idee, di crescita personale e professionale è il contatto con le persone”.

Le tue produzioni hanno delle forti contaminazioni con altri generi musicali. Questo a nostro avviso è un enorme punto di forza di Kalokagathia. La domanda è questa: ti senti un rapper  che si avvale degli altri generi per tirare fuori un rap diverso da quello che siamo abituati ad ascoltare, o utilizzi il linguaggio rap con l’obiettivo di distanziarti da esso per avvicinarti ad altri mondi?

“E’ curioso come alcuni credano che il jazz ed il soul siano un modo per allontanarmi dal rap. Kalokagathia è proprio il contrario. E’ più un: va bene Young Thug e Drake, ma ti ricordi ancora da dove viene questa roba?
Poi se mi parli di Improvvisazioni culinarie (disco del 2012 della mia band), allora sì. In quel periodo non ne potevo più di tutto quel filone del rap che sembra uscito da una fabbrica della coca-cola. Così avevo momentaneamente intrapreso una strada diversa.
Attualmente sono al lavoro su due o tre altri progetti e di nuovo è tutta un’altra storia. Di certo c’è che i miei dischi non suonano mai uguali a quelli di qualcun altro, ma forse non si somigliano un granché neppure tra loro”.

Riusciresti a tirar fuori due rapper e due cantanti che in qualche modo ti hanno ispirato?

“Il primo ascolto che mi ha insegnato a chiedere di più al rap italiano è stato Dargen D’Amico. Qualche anno più tardi, Napo degli Uochi Toki mi ha dimostrato un grado di originalità e di profondità a cui non pensavo che si potesse ambire. Due eccellenze del rap tutte italiane, che vanno valorizzate e di cui probabilmente non esistono analoghi all’estero. Se ci spostiamo verso altri generi musicali, la forza di alcuni brani di Fabrizio De André e di Giorgio Gaber è sempre un punto di riferimento. E’ sorprendente quanto rimangano attuali a distanza di decenni. In un certo senso non trovo differenze nell’ascoltare loro o 2Pac e Kendrick Lamar”.

Tra le varie collaborazioni, in Kalokagathia c’è un featuring con Dydo, un’artista che abbiamo seguito (e intervistato) e che apprezziamo molto. Come è nata questa collaborazione?
“Ricordo che dall’età di dodici, tredici anni ho iniziato a seguire con molto interesse le uscite discografiche degli Huga Flame. Mi rapiva il modo in cui fossero capaci di affrontare argomenti tutt’altro che banali in modo originale ed intelligente, ma allo stesso tempo alla portata di tutti. Certo, il secondo dei due aspetti è forse quello che mi allontana un po’ di più da Dydo; ma credo che sia proprio questa complementarità il motivo per cui il pezzo è piaciuto e le persone lo hanno premiato”.

Hai conosciuto e collaborato con diversi rapper, che esperienza e’ stata? c’è qualcuno che ti ha colpito in particolar modo? Hai qualche aneddoto che ti è rimasto impresso da raccontarci?
“Il confronto e – perché no? – la competizione sono il principale spunto per alzare il livello del gioco. Non sono nella testa degli altri, ma collaborare con me dev’essere piuttosto impegnativo. Mi piace mettere gli artisti in condizione di tirare fuori qualcosa di sé che nella loro musica non si era ancora sentito, al costo di sconfinare nel ridicolo (purché intelligente). Lavorare con rapper del calibro di Amir e Rayden è stato un onore, ma forse l’esperienza più curiosa è stata quella di costringere a rappare qualcuno che non conosceva il genere e che quindi ne ignorava tutti i cliché, come mi sono divertito a fare in “Improvvisazioni culinarie” ed altri progetti”.

Amore, fisolofia, introspezione, situazioni di vita quotidiana di un ragazzo e di un artista. Questi alcuni dei temi ricorrenti in Kalokagathia. Sono il tuo marchio di fabbrica oppure in futuro ti senti di poter spaziare su altre tematiche?

“Se hai occhi per farlo, trovi la filosofia anche nel Pulcino Pio; quindi non mi sento particolarmente affezionato ad alcuni temi piuttosto che altri. Tendo a cambiare spesso e soprattutto a rinnegare le mie vecchie posizioni su determinati argomenti. Credo che l’unico percorso verso un’ideale consapevolezza sia quello di considerare di ogni punto di vista anche il suo contrario. Forse è proprio questa idea l’unica a rimanere immutata: una sorta di invito al critical thinking ed al so di non sapere socratico”.

Abbiamo visto che vanti sia progetti da solista che in gruppo con i Butter Pasta. Quale delle due dimensioni ti piace di più e in quale delle due immagini il resto della tua carriera?

“I miei collaboratori rimangono più o meno gli stessi, sia che la copertina riporti il mio nome, sia che ci sia scritto Butter Pasta. La differenza sta più che altro nell’abito che indossiamo. Come Petrarca aveva una produzione in latino, per certi versi più ortodossa, mentre parallelamente lavorava ad altre poesie in volgare italiano, permettendosi una certa origianlità; io mi sento libero di affrontare con più leggerezza certi argomenti e certe scelte musicali nei progetti targati Butter Pasta. Questo forse giova alla tanto agognata “spontaneità” (che comunque, resta pur sempre un’idea più che qualcosa di realmente tangibile) e senza dubbio all’originalità, mentre forse ruba qualcosa in termini di profondità e di cura formale”.

Kalokagathia a nostro avviso è un lavoro interessantissimo,  nel quale si distingue il tuo stile. Immaginiamo che sia un album che abbia una grande importanza nel tuo percorso. Ci dici qualcosa sui tuoi prossimi progetti? Pensi di seguire questa strada o vorresti proporre qualcosa di diverso?

“Le prossime uscite saranno decisamente diverse da Kalokagathia. Qualche mese fa ho registrato un concept album vicino al sound del Soul anni Settanta; mentre in questi giorni sto lavorando ad alcuni pezzi nuovi decisamente più elettronici. In ogni caso chi ha apprezzato il precedente album non rimarrà deluso”.

Infine, una domanda che vorresti che ti facessero e invece non ti fanno mai?

“Me lo firmi questo contratto milionario per il tuo prossimo album?”

Noi speriamo con tutto il cuore che prima o poi questa domanda arrivi! Il nostro consiglio è quello di ascoltare Kalokagathia, perchè è un disco che offre al rap italiano una dimensione musicale completamente diversa dalla solita e, inoltre, perchè è l’ occasione giusta per entrare in contatto con un artista completo, che fornisce degli ottimi spunti di riflessione e che merita di essere seguito anche nei prossimi progetti ( potete seguire Martin Basile sul suo sito ufficiale e sui social network ), che come abbiamo visto nella nostra intervista a Martin Basile, saranno molto diversi da Kalokagathia. Ma se abbiamo capito il modo di lavorare di Martin, siamo sicuri che continuerà a stupirci.

 

Written by Alex